SECONDA AVVENTO, A4
Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12
Il grido del Battista risuona forte lungo tutto l’Avvento: “Convertitevi ... Fate un frutto degno della conversione”. A differenza di Luca, che colloca gli eventi nella storia pagana, il 15° anno del regno di Tiberio, cioè l’anno 28/29 d. C., Matteo si premura invece di coglierne il significato nella storia sacra e usa l’espressione ‘in quei giorni’, che nel linguaggio dell’Antico Testamento non si riferisce al passato ma al futuro, vale a dire: siamo davanti agli ultimi tempi! In effetti, il Battista è narrato in funzione di testimonianza per ‘colui che viene dopo’, ‘il più grande’ e il racconto punta su Gesù, il Messia, di cui il Battista indicherà la presenza nel mondo. Il particolare che rivela la visione dell’evangelista è dato dal fatto che qui Matteo presenta la predicazione del Battista per il battesimo, semplicemente, senza aggiungere ‘per la remissione dei peccati’, espressione che invece riporterà nelle parole di Gesù all’istituzione dell’eucaristia in 26,28. Il Battista conferisce un battesimo per la conversione, mentre Gesù solo realizzerà la promessa della remissione dei peccati.
La liturgia si premura di illustrare appunto il mistero della conversione, che si risolve nel godere la grazia tipica del Messia, cioè quella di gustare il regno di Dio ormai venuto. In questo caso, conversione non indica tanto cambiamento di mentalità, ma ritorno incondizionato al Dio dell’alleanza, che cancella i peccati e introduce nella comunione di vita con lui.
Lo annuncia splendidamente il brano di Isaia con la visione di una pacificazione universale e con la promessa: “Non agiranno più iniquamente ... perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9). Il salmo responsoriale 71 lo conferma e descrive la giustizia di Dio operante tra gli uomini tanto che tutti benediranno il Signore perché la sua gloria riempie la terra. Quando il profeta Geremia descriverà il compimento della nuova alleanza, non farà che indicare la stessa cosa: “Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato” (Ger 31,33-34). Tutti mi conosceranno, perché tutti potranno accogliere il perdono del Signore e si ritroveranno uniti nella misericordia del Signore che tutti accomuna.
La promessa di bene per gli uomini da parte di Dio si realizza così. La conversione procede dal fatto che il nostro cuore custodisce, anche se come sepolta, la coscienza di un'alleanza che gli è stata offerta da Dio e che Lui non si è mai rimangiata, la coscienza di una felicità possibile, forse persa, ma sempre desiderabile e, nella speranza, ancora vivibile. Non è però scontata e per questo la chiesa fa pregare: “Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene” (colletta del mercoledì della prima settimana di avvento). Ma fondamentalmente la conversione è un credere ancora possibile per il nostro cuore la felicità promessa da Dio, che in Gesù si fa accessibile e godibile.
E la felicità, di cui il cuore custodisce l'anelito, non può provenire che da quella nuova umanità fatta germogliare da Gesù in giustizia-mitezza-pace, di cui parla la colletta di oggi: “Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l'incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra”. Giustizia nel senso di tornare a sentirci non solo oggetto di amore, ma soggetti degni di amore; mitezza nel senso di non lasciarsi più deviare da nulla rispetto allo scopo da perseguire, che è la fedeltà al bene comunque; pace nel senso di quel regno di Dio giunto a noi, cercato sopra ogni cosa, che ci ricolloca nella giustizia e ci induce alla mitezza.
Mi raccontava una sorella in missione in Cameroun la meraviglia provata davanti alle parole di un anziano abbandonato che era andata a visitare e curare nella sua capanna: ‘oggi Dio è venuto a visitarmi’. È la sensazione della vicinanza del regno di Dio a consolare i cuori. Così, l’invito di Giovanni Battista non si limita a un sentimento interiore: ‘convertitevi’, ma allude al rinnovamento dell’agire: ‘fate un frutto degno della conversione’. Come a dire: ritornate a fidarvi del vostro Dio in modo da produrre un sentire e un agire che diano testimonianza della verità della presenza di Dio in voi.
Il cammino di conversione, che oscilla continuamente tra le due sponde della pazienza e della consolazione, tende proprio a ridarci un nuovo modo di percepirci e di percepire, come proclama Paolo nella lettera ai Romani: "...vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù". Sono i sentimenti collegati a giustizia-mitezza-pace, che, se da una parte esprimono l'esperienza dell'incontro col Signore, dall'altra, strutturano lo spazio interiore per l'incontro con gli uomini. Sarà il dono per l’umanità del Natale di Gesù.

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